Si parte dal nome di Ben Affleck e fin troppo facilmente si arriva ad aspettarsi un filmetto, qualcosa di proporzionale alle qualità attoriali del suddetto e alla sua faccia da melanzana. Faccia simpatica la sua, ma sempre e comunque da melanzana. Poi il film lo si vede e si cambia idea.
Diciamo che Gone Baby Gone è, di base, un bel film.
Un film recitato bene: il fratello Casey Affleck sa assolutamente il fatto suo; Michelle Monaghan vive con dignità nell'indecisione fra il centro dell'attenzione e il semplice ruolo di spalla; Ed Harris è ENORME come spesso accade. E poi c'è John Ashton, ragazzi. Eddie Murphy, Beverly Hills, banane nel tubo di scappamento,... vi dicono niente?
Comunque il vero punto focale del paragrafo è che Morgan Freeman fa schifo. Lo schifo vero. Ogni sua espressione trascende il concetto stesso di noia. La sola sua presenza nel mondo è sinonimo vivente dell'inutilità. Insomma, ha rotto le palle.
Un film girato bene: ebbene sì. Ben Affleck, chi l'avrebbe mai detto, ha la padronanza. E' vero che certi svolazzamenti aerei lasciano il tempo che trovano, ma se le premesse figlie del pregiudizio lo davano per spacciato, beh, qui ci troviamo tutti con le braghe calate. Forse è ardito a dirsi, ma a questo punto gli converrebbe rimanere dietro la macchina da presa e crescere in questo senso.
Un film scritto QUASI bene: ecco il vero punto. Il buon melanzanone tiene bene il ritmo e l'intrigo per una buona ora, se non di più. Un sacco di facce cattive, insulti, pistole, situazioni da strada. E un filo neanche troppo sottile lungo tutto il film, che è l'inscindibile rapporto fra la città e chi la vive/subisce.
Poi arriva un mezzo sfacelo. Vuoi per la presenza prolungata di Freeman che ha rotto le palle, vuoi per un intreccio che si "risolve" con una sequela di momenti degni di Jessica Fletcher.
I miei due cent della situazione sono riposti nella speranza che si volesse andare al di là della trama. Puntare tutto sulla riflessione, nel dubbio fra il moralismo (che rischia di sbucare paurosamente ogni due secondi per tutta la seconda parte) e la cruda realtà dei fatti. Porre una domanda, insomma: "E tu, cosa faresti?". Questo lo scopo ultimo di Gone Baby Gone.
Ok.
Obiettivo centrato per il sottoscritto.
La sufficienza ce l'hai.
Però (e il PERO' qui è grosso come una casa) al di là dell'eccesso didascalico della seconda parte c'è davvero qualcosa che non torna nello script. O meglio, qualcosa che non piace.
Chi ha rapito la bambina? Come l'ha fatto? Perchè l'ha fatto? Cosa le è successo? E' viva? E' morta?
Ehi, amico, chissenefrega. Noi l'abbiamo rapita solo perchè vogliamo farti riflettere sullo stato della società odierna. Cioè, ok, abbiamo pompato tutto alla grande per poi finire con la facciazza di cazzo di Freeman che ha rotto le palle e che ti spiega tutto l'andazzo per filo e per segno facendoti urlare "Ma è una stronzata!!", perchè dopo due ore passate a pescare nel torbido ti ritrovi a pensare che il torbido non esiste. Però, ehi, è profondo.
Insomma, si arriva a questo punto in cui ai personaggi stessi non gliene frega più niente della storia, e diventa tutto riflessione, tutto condizione umana, tutto propositi di legalità che supera la legalità stessa per combattere le conseguenza di un'illegalità diventata ormai legale. Ecco. Vedete cosa mi ha fatto scrivere quel maledetto finto saraceno (che ha rotto le palle)?
Dicevamo che Gone Baby Gone è, di base, un bel film.
Magari la prossima volta sopra la base ci sarà qualcosa di davvero stabile.
Si può fare (cit.).
La continuazione di questo patè d'animo si chiama Chi Protegge Il Testimone (1987), ovvero il campione mondiale nella categoria "filmucoli poliziescucoli loffi". Tom Berenger è un integerrimo poliziotto che dopo dieci minuti getta qualunque prospettiva maschia, buttando in secondo piano ogni tipo di interesse per la faccenda criminosa nel nome di una storia d'amore da pene moscissimo. La femme in questione è ben poco fatale e serve soltanto ad elevare il tasso di tedio. Si salva giusto l'interpretazione dell'incazzosissima moglie Lorraine Bracco che però vabè, chissenefrega, questo film è davvero un pacco. Tipo un film tv di quelli che ormai neanche mia madre guarda più.
Ma la risposta arriva due anni dopo con il wannabe-cazzuto Black Rain (1989). Basterebbe dire Michael Douglas, quando già sembrava vecchio ma era meno vecchio di ora che è più vecchio, e comunque i film li beccava ancora, e un Andy Garcia che pare l'evoluzione del suo Stone de Gli Intoccabili. Entrambi trasferiti in una Tokyo mafiosa, hanno a che fare con un patinatissimo andazzo di droga e bande e dialoghi giapponesi in cui non si capisce nulla di nulla. Poi beh, ci sono un sacco di stereotipi e cose buffe, tipo Douglas che fa il duro in moto. O Douglas che fa il duro. O Douglas. Oppure scoprire il perchè del fatto che il film si chiama Black Rain (che non rivelerò a nessuno), ovvero un tentativo più che fallito di far passare una qualche critica sociale. Il cattivo giappo, esattamente come nel film precedente, non intimorirebbe neanche una mosca cieca, ma vabè non si può mica pretendere chissà che. Film in generale sottovalutato, e una manna dal cielo in confronto alle due prove precedenti.
Di bene in meglio con Thelma & Louise (1991). Super trattato di femminismo che ora non funzionerebbe mai ma che nella sua semplicità pare ancora più sincero di qualunque stronzetto che si taglia i jeans e corre in Alaska. Coppia perfetta di attrici protagoniste. E ugualmente perfetti i comprimari. Poi, beh, c'è Michael Madsen, quindi chettelodicoaffare. Questa è una delle vere perle di una filmografia fin troppo saltellante, ma di nuovo chettelodicoaffare. Comunque a un certo punto m'ha sconvolto. Adesso faccio una confessione. Tipo di quelle seghe tremende che si fa la gente che una mattina si sveglia e dice "cazzo, la poetica dell'estetica dell'immagine incrociata al sostrato del subbuteo nell'epoca del post-moderno tarantiniano". Preparate le roncolate. Ecco. A un certo punto ho visto un'immagine (pigia QUI per vederla) in cui loro scappano dalla polizia. Loro sono donne. I poliziotti sono maschi. Loro sono UNA macchina. I poliziotti sono TANTE macchine. No, mi vergogno. No, non lo dico. Però ecco, insomma. Capite? Quelli sono gli spermatozoi che cercano di penetrare l'unico ovulo. Ma in nome del femminismo l'ovulo fugge dagli spermatozoi. E piuttosto che farsi fecondare e quindi accettare dalla società maschilista che per tutto il film hanno subìto.. beh, lo sappiamo tutti come finisce Thelma & Louise.
Eh?
Poi dice "non sai analizzare i film".
Tiè, cazzo ce vò.
Poi beh, non si può pretendere più di tanto da uno che si chiama Ridley Scott, quindi subito dopo ti piazza una ciofeca enorme come 1492: La Conquista del Paradiso. Film palesemente su commissione, dato che è uscito per il cinquecentenario della scoperta dell'America, quindi figuratevi quanta ispirazione può esserci dietro. Protagonista assoluto Gerard Depardieu, nei panni del celebre Cristoforo Colombo dalle balle di piombo, e le sue pregnanti disavventure: del suo sbrigativissimo arrivo nelle so-called Indie e di vari scazzi poco interessanti che si trova a gestire sia con gli Indie (ancora non a conoscenza della gioia estetica di righe e losanghe), sia con i compagni di viaggio, guidati dal trucido Michael Wincott, che secondo me è cattivo pure nella vita vera.
Andando al succo del discorso: il film fa cagarone.
Stupendo il momento in cui il protagonista inizia a scrivere le proprie memorie: vediamo così un francese che interpreta un italiano e sul foglio scrive "I remember...". Non ha prezzo.
Annunciato da tempo ma sempre rimandato, l'inizio di questa sapida rubrica monomaniaca non è che sia una cosa tanto difficile da star lì a pensarci su così tanto. La realtà è che ho avuto da fare, che me ne sono dimenticato o, meglio, ho fatto finta di dimenticarmene. Dopotutto per decidere di farsi la filmografia di Ridley Scott non è che ci voglia poi molto: bastano diverse ore da buttare e un paio di testicoli da riempire.
Come già espresso nella controversa opinione a proposito di American Gangstarr, Ridley Scott non è uno di quei registi che si distingue per una linea autoriale, quanto piuttosto per essere un ottimo mestierante di genere. Quale genere? Qualunque genere. E siccome in questa avventura già parto prevenuto, il buon Ridley ha pensato bene di cominciare la propria carriera con i generi che meno tollero in assoluto nel mondo dei generi più o meno tollerabili.
L'esordio, datato 1977, de I Duellanti altro non è che un film in costume, genere che bene o male coincide con il mio concetto di noia cosmica. Tecnicamente parlando si tratta di un wannabe-BarryLyndon, per stessa ammissione dell'autore, che fortunatamente non si ferma lì: l'idea c'è ed è pure buona. Tant'è che nonostante l'incartapecorimento dato dai costumi, Harvey Keitel e Keith Carradine tengono in piedi una duello - fisico, mentale, morale - che si protrae per quindici anni, creando uno strettissimo parallelo fra la loro vicenda umana e quella storica (le guerre napoleoniche) che fa da contesto. Giunto ai titoli di coda, fortunatamente ogni preconcetto era infine caduto.
Dal passato al futuro. Alien (1979), è un film di fantascienza che si basa sull'alieno, sul mostro, sul virus, sul parassita. Tutte cose che Carpenter farà meglio in La Cosa, e che qui sono infatti intaccate dallo spirito sonnecchioso di Scott. Insomma, gran caposaldo del genere alieno ma invecchiato piuttosto male. Ritmi spenti, tensione che boh, uno di quei film che vivono il proprio tempo, e più in là forse hanno davvero poco oltre il proprio "mito". Mostropocogrosso che se fa spavento è soltanto per il vecchio effetto del "BU!" (nel senso che se sono al buio in silenzio CHIUNQUE mi farebbe spaventare facendo BU! dal nulla, pure mia nonna), perchè se lo guardate bene, e in un paio di scene l'alien si vede bene, fa davvero ridere i polli mentre cerca di muoversi tutto goffo con quel testone buffo che si ritrova.
Per Blade Runner (1982) potrebbe valere lo stesso discorso, dato che si tratta più di un totem che di un film. Ormai parlar male di Blade Runner è praticamente impossibile, con le sue radici ben piantate nel terreno della storia del cinema. Perfezione formale ai massimi livelli, cura del particolare, misto di noir e fantascienza e chi più ne ha più ne metta, ha in realtà una prima parte che rasenta la noia assoluta. Cosa che accade per più o meno tutti questi primi film di Scott: una seconda parte che cresce e convince e avvince, ma una prima parte che superarla è lo scoglio definitivo. E per questo mi ha sempre stupito la fama di un film del genere anche da parte di persone che non masticano molto cinema. Boh. Bidimensionalità totale - ma va bene appunto, in quanto personaggio noir - dell'umano Deckard (Harrison Ford), e profondità d'animo per il replicante Rutger Hauer, per un discorso (ora) abbastanza semplice sui rapporti uomo-macchina. Ci sarebbero fin troppe cose da dire e poca voglia di dirle. Onore a Scott in questo caso, che nonostante la tediosa parentesi introduttiva e l'ORRIDA colonna sonora di Vangelis, mette a punto la prima perfezione del suo mestiere.
E qui veramente SI RIDE. Perchè la fantascienza, sì, mi ha sempre smaronato ma con le dovute eccitanti eccezioni. Il fantasy, INVECE. Genere del cazzo definitivo, con fatine, gnomi, unicorni, folletti, stregoni e cazzi volanti vari, non poteva rimanere fuori dal curriculum del buon Ridley. Ed infatti Legend (1985) è più o meno il peggior fantasy che abbia mai visto. Un'ora e mezza di film (ma attenzione, che esiste una versione director's cut di ben due ore (e qui apro un'altra parentesi riguardo al fatto che Ridley Scott è davvero il regista più sfigato del mondo che MAI gli fanno uscire un film come vuole, pure na cagata come Legend, e gli tocca SEMPRE a distanza di anni far uscire un director's cut come fosse chissà che capolavoro, pure na cagata come Legend)), dicevamo, un'ora e mezza di film in cui un giovanissimo Tom Cruise fa vedere le cosce. Ma vi giuro, lo fa di continuo. Continua a far vedere le cosce. Bene o male la trama è questa. Poi che chi dice "Eh, ma c'è Tim Curry". Dice. E io dico: eh, a parte che Tim Curry per me rimarrà sempre IT (no, non il trans del Rocky Horror (sì, del Rocky Horror non me ne frega nulla)), in questo film è irriconoscibile, poteva essere chiunque. Anche Dave Grohl (e chi ha visto il film capirà).
Comunque, inutile dire che da me roba del genere non troverà mai appoggio. Sorta di feticcio fatto apposta per nerd più sfigati dei nerd soliti, di quelli che, che ne so, hanno le statuine delle fatine e vanno ai raduni degli adoratori del Silmarillion e si schiacciano i brufoli a vicenda travestiti da Orlando Bloom mentre parlano in elfico bisunto. In mona. No ma, davvero, IN MONA.
Una volta dal Sundance usciva Le Iene di Tarantino.
Adesso esce Juno.
Ora, lo so che è un inizio del cazzo per cominciare a parlare di un film che di base ci ha provato in tutti i modi a piacere, non solo a me, ma anche a tutti gli altri, ma alla fine, almeno con me, non ce l'ha fatta. Perchè proprio Juno ci prova e ci riprova, con tutte quelle battute che non fanno ridere, con tutte quelle righe colorate, con quella colonna sonora orrenda indiefolk e quelle strizzatine d'occhio tipo "ehi, stiamo cercando di essere brillanti senza esagerare" etc etc..
Però non ce la fa.
Juno è uno di quei filmetti che non servono a nulla, che si definiscono e vengono definiti intelligenti senza che si sappia bene perchè, e in cui i personaggini vivono delle storielline carine ma vagamente scorrettine in cui tutto può essere scritto finendo con -ino, per quanto tutto è calcolatino per piacere, ma facendo sembrare che non ci si stia sputtanando. In realtà bisogna vergognarsi.
Juno, non come film, ma come personaggio, è un'adolescente che pensa di sapere tutto lei. E fin qui ok, va bene, non me ne frega niente ma va bene. Vive una vicenda (facilmente strumentalizzata da un certo ciccione bisunto di nostra conoscenza, ma che ci volete fare..) nel modo più superficiale possibile facendo cose superficiali in modo superficiale. I suoi amici e parenti reagiscono in modo superficiale ed irreale, perchè un modo reale non sarebbe carino ed ammiccante e finto-sagace. Quindi, nel caso non fosse chiaro, papà e matrigna (perchè ovviamente ci vuole una matrigna, che deve avere per forza un hobby stupido e gratuito) reagiscono in modo superficiale. E ovviamente esiste una sorellina che è ovviamente malata di un qualche male generico che però permette a un certo punto di far capire che deve prendere delle medicine. Perchè, quando, in che modo, non ci interessa, è giusto per caratterizzare un attimo. Poi la sorellina fa anche pattinaggio o robe simili, giusto perchè così a un certo punto le possiamo mettere un vestitino buffo addosso. E insomma, questa Juno, una ragazzina di quelle senza il minimo senso dell'umorismo ma che pensa di averne uno spiccato, rimane incinta di un babbeo vestito in modo caratterizzante. Tipo che un giorno Reitman o questo fenomeno che domani sarà già scomparso chiamato Diablo Cody, si svegliano e pensano di essere Wes Anderson. Allora si decide che questo tizio, sì, lo vestiamo tutto di un colore acceso, e gli mettiamo delle cose buffe tipo la fascia in testa e i calzettoni perchè è uno che corre e boh fa tanto macchietta. E insomma a un certo punto lei decide che non vuole abortire perchè boh le viene un attacco di ansia. I genitori, come dicevo prima, reagiscono dicendo "sì, ok, vabè, succede". Trovano due tizi che non possono avere figli: lei è ovviamente un'insopportabile maniaca, mentre lui è il tipo rock'n'roll imborghesito. Almeno così ci piazziamo un paio di citazioni musicali per ammiccare. Lui ascolta i Sonic Youth che vengono cassati perchè sono rumore, e non si addicono all'andazzo carino del filmettino indieino. Ci vuole il folk loffio dalle palle mosce. Infatti Juno, di risposta a lui che propone Sonic Youth, gli porta "All the Young Dudes", cioè na canzone der cazzo. Juno infatti, dietro la sua scorza da anticonformista, è una democristiana e vuole che un figlio abbia un padre ed una madre e la famiglia è un valore importante e bisogna preservarla e fra due giorni andrà a votare Casini. Juno insomma è una falsona, ma ok, s'era capito subito, tranquilli. Poi vabè il film finisce bene, ma non è che ci fosse qualche dubbio in proposito.
Le questioni per smadonnare sono tante. Ad esempio il fatto che Juno s'è beccata la statuetta per la sceneggiatura originale. Ok che "originale" vuol dire "inedita" e non "particolare", però ecco "andate a far volare gli aquiloni" (come dice la matrigna tagliacani). Tanto spreco di parole positive per questo film ho letto, tante ne dovrei scrivere, e mi verrebbe davvero da farlo, in senso negativo, per controbilanciare.
Però, e so che a voi non pare ma a me sì, sembra di sparare sulla croce rossa.
Inizio fumettoso indie carino per dire.. niente.. per dire un cazzo.. per dire "state per vedere un film carino". E poi lei che prende la poltrona e sta con la pipa in bocca. Ecco. Inizia il film. Vedo quella scena. E l'istinto del momento, tempo cinque secondi, è quello di andarmene. La pipa.. Come la caratterizziamo sta Juno? Mah, le facciamo dire queste cose maleducate che non fanno ridere. Sì, ma poi? Le mettiamo un sacco di righe addosso. Tipo anche quando partorisce, si devono vedere bene le righe. Sì ok però ci vuole ancora qualcosa. Un oggetto. Facciamole fare una cosa buffa senza motivo che le dia un tono non si sa di che tipo ma che a vederla uno dica "uh che particolare che è". Ok. Ecco. Le facciamo fumare una pipa. No. Non fuma. La tiene soltanto in bocca. Sì. Che cosa buffa. Facciamolo. Ma perchè? Boh, che ti frega, è particolare. Sì, giusto. Ma per tutto il film? No, ma va, non serve. Lei tiene la pipa in bocca per tipo due scene. Sì giusto, così la gente capisce che lei è una un po' strana. Esatto. Poi quando la gente ha capito che lei è una particolare, basta. Sì, poi gliela togliamo, non serve più. Esatto. Funziona.
No.
Non funziona.
Il difetto di Walk Hard è che è un po' una beceronata.
Il pregio di Walk Hard è che non è soltanto una beceronata.
Premettiamo come al solito che abbiamo visto la versione da due ore in lingua originale, mentre nei cinemi nostrani il film è stato tagliuzzato e compresso in un'ora e mezza. E già questa, nonostante io ignori il tagliuzzamento, potrebbe essere stata una decisione felice. Perchè, e mi dispiace anche un po' dirlo, due ore di Walk Hard mi son parse un po' annacquate.
Di gag ce n'è un sacco, e soprattutto l'idea di base è delle migliori: prendersi fondamentalmente gioco del genere ormai affermatissimo dei biopic musicali. Non originale, direte voi, in un mondo di Scary Movies, Epic Movies, Maial Movies. La questione è che qui c'è comunque una parvenza di scrittura, c'è comunque un Attore (John C. Reilly, mica Ficarra e Picone), c'è un argomento che, un po' perchè siamo nerd, un po' perchè poco esplorato, mi pare più interessante di vedere la presa per il culo dei Pirati dei Caraibi.
Si parte (e ci si rimane molto, e pure troppo) da Johnny Cash in Walk The Line, per poi variare nella seconda parte verso siparietti deliranti che salvano in corner scene un po' tristi e dimenticabili nella prima parte.
Insomma, diciamo che di positivo ci sono un sacco di cose: Jack White che fa Elvis sbiascicando; i Beatles (fra i quali un inspiegabile Jack Black che fa ridere anche solo per il suo non assomigliare minimamente a Macca); il padre di Dewey Cox che dice "the wrong kid died"; il batterista di Dewey Cox che dice "you don't wanna be part of this shit!"; Dewey Cox che strappa via lavandini; Dewey Cox che fa facce da pirla; Dewey Cox che fa Brian Wilson; Dewey Cox che fa Bob Dylan; Dewey Cox che fa un sacco di altre cose stupide ma non col modo di fare del "Guardate!! Sto recitando una minchiata!!", dopotutto, dicevamo, è John C. Reilly.
Di contro, come da apertura, Walk Hard è anche un po' una beceronata. Tolto il fatto che si veda chiaro e tondo un cazzomoscio per un paio di minuti (e lì ridevo, sì, perchè è una cosa talmente idiota che non potevo non ridere), ci sono diverse e diverse e diverse battute, gag, situazioni, che sanno di Leslie Nielsen brutto, come ad esempio tutta la parte del rapporto malsano con la seconda moglie. Che poi magari fanno anche ridere nè, cioè a me Una Pallottola Spuntata faceva anche ridere. Però son passati degli anni. E lo so che forse fare paragoni non ha senso (in realtà sì, ce l'ha eccome un senso), ma dopo che Wright e Pegg sono piombati nel mondo del cinema con Shaun e Hot Fuzz, gli spoof non potranno più essere gli stessi. Quindi le battute a sfondo sessuale strapperanno pure qualche sorriso, però a un certo punto che tristezza.
Quindi, ecco, Walk Hard non è mica brutto. Anzi, a volte fa anche ridere di gusto. Ma non è proprio dotato di quel 100% brillantezza in cui speravo. Facciamo che arriva a un 75%, toh.
Prima di tutto l'esperienza traumatizzante di contorno: guardare un film in terza fila e decentrato. Sentirsi parte dello schermo. Appoggiarsi sulle spalle di Hoffman. Sfiorare il corpo di Marisa Tomei. Spostare la testa per vedere i vari angoli. Stare in posizioni innaturali. Mandare affanculo i cinemi a un euro. Odiare la gente che li riempie. Detestare le sale troppo piccole. Viva il cinema per pochi quando ci devo andare io. Cazzo, ero partito bene.. Vabè..
Nonostante il titolo da Decalogo il film di Lumet va ben oltre il quarto comandamento e contiene la summa dei peccati e le loro drammatiche conseguenze. Conseguenze reali, fisiche ma soprattutto morali, in una continua discesa verso lo zero tragico assoluto.
Ma sia chiaro, non è un drammone strappalacrime. Non è lo strazio che ti fa salire il magone, quanto piuttosto quello che ti prosciuga l'animo. Freddo, asciutto, duro, come l'incredibile interpretazione di Philip Seymour Hoffman, che nel finale cresce fino a superare ogni aspettativa attoriale.
Certo, al centro c'è l'idea che non solo le cose possono andare male, ma possono andare anche molto peggio. Ma senza quell'autocompiacimento bidimensionale alla Inarritu. Qui i personaggi sono davvero spessi, completi o quasi, tratteggiati alla perfezione e interpretati ugualmente. Dal disperato pianto di Ethan Hawke (Colin-Farrell-in-Cassandra's-Dream kiss my arse!!) al crescendo tragico di Albert Finney, dalla presenza divina di Marisa Tomei alla totalità di Seymour Hoffman (l'avranno già detto tutti ma non importa: al momento probabilmente non esiste nessuno alla sua altezza), tutti incastrati alla perfezione, o quasi, in una vera e propria parabola sul male e il dolore, sia causati che subiti, e sulla casualità e le sue conseguenze, sia a breve che a lunga distanza. Una cosa che quasi non ci si crede.
Probabilmente il noir che Woody Allen sognava di fare ma che non gli riuscirà mai.
Ancora più probabilmente uno dei film migliori dell'anno.
Partiamo subito diretti verso il dunque: quando vai al cinema con i migliori propositi, perchè quel film lo vuoi davvero vedere, e passi tutta l'ultima mezz'ora a ridere per quello che succede, quando invece dovresti essere avvolto dall'aura di serietà e dramma della storia, vuol dire che c'è qualcosa non va.
Poi arriva quello che dice che sono semplicemente io che non ho capito e che sbaglia e che altre cose, perchè dopotutto We Own The Night è piaciuto un sacco in giro (a certa critica "importante", per dire), e vuoi metterti tu a ridere per la sceneggiatura contro il parere, che ne so, dei Cahiers du Cinéma?
Sì.
Questo di James Gray alla fine è soltanto un film innoquo, che spesso crolla nell'inutile se non nel dimenticabile. Mi sto trattenendo, sì. Nelle mie chiaccherate a voce e su msn i miei pareri erano ben più cattivi e aggressivi. Il fatto è che mi è pure scesa la voglia di parlarne male.
La sceneggiatura, dicevamo.. ma anche un po' tutto. I personaggi, il modo in cui è girato, i dialoghi, diosanto, tutto in questo film vive all'ombra del cinema vero, del cinema bello, del cinema e basta. All'ombra di qualunque film su poliziotti e spacciatori e gangster qualsiasi, partendo dalle foto iniziali che sanno di Scorsese, al vecchio boss dell'est sputtanatissimo dall'ultimo Cronenberg.
Personaggi bidimensionali che non è perchè uno si chiama Robert Duvall e allora tutte le volte devi dire che è grande. No. Non lo è. Qui non lo è. Così come un Mark Wahlberg totalmente in ombra e al minimo sindacale. Ma non Joaquin. No, lui no. Joaquin Phoenix è stupendo, un vero spettacolo per gli occhi, ma questo non dipende da Bobby, il suo personaggio. Dipende da lui, dalle sue smorfie, dal suo sguardo da strafatto, e di nuovo dalle sue smorfie. Ma Bobby cristo, Bobby, da strafatto viveur tutto soldi e discodisco a poliziotto cazzoduro a tempo di record. Da odiato figlio degenere a preferito e adorato, tutto grazie ad un distintivo. Da capo assoluto della situazione in ambito spasso, a capo assoluto in ambito pulotti-intesiti.
So-called psicologia spicciola.
Nell'ambito battute ridicole (tutte ovviamente nella delirante seconda parte), diversi esempi fra i quali: i "ti voglio bene" da duri (ahah), oppure "staniamolo col fumo" (ahahah), o la migliore di Wahlberg che dice al fratello "non volevo coinvolgerti in questa storia" (ahahahah) ovvero una grossolana facilonata che ritratta praticamente il motivo di essere di tutto il film.
Nell'ambito battute ridicole ma immortali, Duvall regala invece due perle di saggezza: "Quando ti pisci addosso stai al caldo solo per un po'" e "Se sposi una scimmia non puoi lamentarti della puzza di banane".
Sette anni per scrivere questo film.
Eccoli i miei due cent: We Own The Night è un filmettino che sfocia facilmente nella cazzata, ma soprattutto nella delusione, e che se si deve salvare per qualcosa è per il solito grande Joaquin Phoenix e niente più.
C'è questa cosa che faccio più o meno da sempre. O meglio da quando ho cominciato a presentare seri segnali di imbecillità preoccupante. Praticamente faccio questa cosa nerd che consiste nel guardarmi tutti i film di un certo regista in ordine cronologico. Un po' per tappare i buchi. Un po' perchè son scemo. Un po' per farsi un'idea sulla prospettiva storica. Ma fondamentalmente è perchè sono scemo. Il bello è che sto tirando in mezzo anche altra gente in queste cose, tipo Seba che è un amico mio che vuole essere citato anche se nessuno sa di chi sto parlando, ma sappiate che da una settimana a questa parte si sta guardando tutti i film di Lynch più tutto Twin Peaks; o tipo la cara Fedora, che mi maledice ma in realtà è ben felice di avere dei problemi. Tutto ciò non è di certo una novità, nel senso che su un vecchio blog ormai cancellato avevo scritto sfaceli sulla filmografia di Cronenberg, ma di questo forse avremo tempo per parlarne.
Ah, lo scopo è sempre quello di farsi insultare di brutto.
E infatti partiamo con un regista che mi sta particolarmente sulle palle (chi sarà mai?!).
Ma ciancio alle bande!!
The Raconteurs - Salute Your Solution
Il quarto Die Hard era già famoso ancora prima della sua uscita ufficiale per quella scena stupenda in cui Bruce Willis, incazzato e scazzato, abbatte un elicottero scagliandoci contro un'automobile per poi dire "avevo finito i proiettili".
Basterebbe questo. E invece c'è anche di più.
Il problema di questo Die Hard è soltanto il confronto obbligato con i precedenti capitoli delle avventure di John McLane, che ormai sono diventati dei veri e propri classici, o almeno quelli di John McTiernan (58 Minuti per Morire sinceramente non mi ha fatto fare i salti di gioia). Soprattutto Duri a Morire, con un Bruce Willis in scoppiettante coppia con Sam L. Jackson, che può essere tranquillamente definito come uno dei film d'azione più belli di tutti i tempi.
Ed è proprio sull'azione pura che spinge questo quarto capitolo, che intanto cerca di modernizzarsi con un uso importante di effetti speciali e infarcendo la solita trama con elementi "giovani" (non solo l'informatica, ma anche la presenza di una spalla, una figlia strafica direttamente da Death Proof (GULP!) e Kevin Smith, signori, Kevin Smith che fa, guarda un po', il capo dei nerdoni). Il succo del discorso però rimane sempre lo stesso: McLane ROMPE I CULI.
Non sto neanche qui ad elencare tutte le assurdità in cui il nostro eroe si trova invischiato, come al solito nel posto giusto al momento sbagliato, o viceversa, per due brevissime ore. Tanto poi arriverà comunque quello che si lamenta della trama o della profondità del personaggio e che dice che questa roba non è cinema. I miei gran coglioni. L'unico problema di questo Die Hard è che, come prevedibile, e come già detto, non è all'altezza del precedente: per cui, se il tasso di azione si è alzato di brutto, dall'altra parte è calato il numero delle cazzate dette (per cui la coppia McLane-Zeus era il top dei top).
Insomma, i difetti di Die Hard 4 sono:
- troppo pochi "stronzo", "vaffanculo", "testa di cazzo", "fottiti", "figlio di puttana", etc..
- un cattivo decisamente sfigato, che non vale nulla in confronto a Jeremy Irons. Figuriamoci poi a quel figodiddio di Alan Rickman.
- Bruce Willis non è in canottiera.
Il resto sono solo pregi: esplosioni, cazzotti, pistolettate, sangue, sentire Bruce Willis pelato che dice di nuovo "yippee-ki-yay, motherfucker", capire che la soluzione per qualunque conflitto è scagliare un mezzo di trasporto a caso contro qualcuno o qualcosa.
Nota N.E.R.D.: la battuta "basta con questo cazzo di kung-fu" è palesemente la rivalsa del caro vecchio cinema americano macho che prende la gente a cartoni un po' a casaccio contro tutte le nuove mode del cinema asiatico fighetto con i suoi combattimenti che sembrano dei balletti. We want it maschio.