mercoledì, 04 febbraio 2009

Yes Man

Se W. è stato un po' l'epitaffio dell'era Bush (parlerà di W.? chi lo sa? a chi interessa?), l'era Obama si apre con questo Yes Man, che nella mia mente acqua e menta si è sempre accostato al celebre "Yes We Can". Un po' come la versione veltroniana tarocca "Si può fare" mi ha sempre ricordato più il Doktor Frankenstin.

La storia narra di questo scazzato che non c'ha voglia di fare nulla e se gli amici lo chiamano lui dice "no" e se lo fermano per strada lui dice "no" e se gli arriva lo spam lui dice "no" e se gli chiedono qualunque cosa lui dice "no" e se gli dicono di lavorare lui dice "no". Insomma, è tipo la storia della mia vita. Solo che lui ha un trauma o giù di lì, mentre a me invece mi disegnano proprio così. Poi un giorno incontra la controfigura di Ron Hubbard che gli dice che deve dire "sì". Allora se gli amici lo chiamano lui dice "sì" e se lo fermano per strada lui dice "sì" e se gli arriva lo spam lui dice "sì" e se gli chiedono qualunque cosa lui dice "sì" e se gli dicono di lavorare lui dice "sì". Poi a un certo punto forse capisce che è un po' un coglione a dire "sì" a tutto. Nel tragitto trova una strafiga ingombrante e si innamorano. Poi c'è maretta perchè lei si accorge che lui è un po' un coglione che dice "sì" a tutto, ma poi tornano insieme. Il tutto con in mezzo delle facce buffe di quelle che non si vedevano dai tempi di vattelapesca.

In realtà, al di là di quella cazzata di Obama che ho scritto nel solito inutile intro, se dobbiamo proprio scovare dello spessore nello YES che è il motore di tutta la pellicola, bisogna farlo con le mani ben intinte nell'acqua di rose. Così come nel caso ci venisse in mente di trattare tutta la storia di Jim Faccia Carrey come un mini trattato sull'errata percezione di regole di vita e dogmi vari. Perchè in raeltà c'è la possibilità di fare questa lettura. E, diciamolo, è proprio quello che in fondo potrebbe caratterizzare un attimo il film, data la totale inconsistenza di quella cosetta chiamata sceneggiatura.

Yes Man è infatti più un sussegguirsi di gag, alcune che funzionano benissimo (tipo Jim Carrey che mima la telefonata all'inizio del film) o altre che vorresti davvero dimenticare (tipo la vecchia che si toglie la dentiera per fare pompoloni (finendo poi per farlo a Hyde di That '70s Show, mica pizzefichi)), ma insomma di questo si tratta. Na cagada? Eh beh eh, sì.

postato da: garriele alle ore 22:01 | link | commenti (4)
categorie: cinema, peyton reed, 2009
venerdì, 09 gennaio 2009

The Strangers

Non c'è un motivo particolare per cui torno a parlare di cinema attuale, ed è veramente tanto che non lo faccio, proprio con questo The Strangers. Semplicemente è capitato. Che culo, direte voi. Che culo, rispondo io.

Opera prima di tale Bryan Bertino, con un cognome che pare più adatto ad una famiglia mafiosa, The Strangers verrebbe descritto meglio come thriller che come horror, dato che ora come ora horror pare la definizione da dare soltanto a qualche trucido sbudellamento. Perchè qui di splatter ce n'è poco e di tensione, o almeno ricerca della tensione, ce n'è tanta. Sulla carta. Precisamente tre paginette scarse.
Nella pratica, tolta una notevole atmosfera nella primissima parte, siamo abbandonati in prevedibilissimi territori che se dalla loro hanno la bellezza del cinema classico che non deve spiegare nulla di nulla, dall'altra hanno la noia dell'inconsistenza: due tizi, una casa nel nulla, tre maniaci fuori che li tartassano "perchè sì". Maniaci ovviamente ninja. Maniaci ovviamente fantasma. Maniaci che sono alle tue spalle ma ogni singola maledetta precisa volta in cui ti giri, loro PUF sono svaniti. Ma sempre, nè.
E il fatto è che, fra locandina ed introduzione parlata, ci tengono proprio a farti sapere che il film è ispirato a fatti realmente accaduti. Bene.
Il tutto si svolge con la flemma che riesce a farti superare tutta la tensione accumulata con un paio di sbadigli fino ad un primo finale crudo (non meno inutile del resto ma incredibilmente efficace) ed un secondo finale cotto, fasullo da pugni in faccia. Altro che coltellate.

Facile e paraculo un grande lancio del genere sull'onda della versione US di Funny Games, anche se pare quasi scontato dire che se quello di Haneke era ed è (più che altro nella versione german) un capolavoro capace di disturbare su mille differenti piani dell'esistenza, qui stiamo intorno al filmetto passabile da Hollywood di serie b.

postato da: garriele alle ore 17:52 | link | commenti (1)
categorie: cinema, 2009, bryan bertino
giovedì, 08 gennaio 2009

Il monomaniaco: George A. Romero pt.2

Dove finiva La Notte comincia L'Alba, da noi conosciuto con il titolo definitivo di Zombi (1978). Che ricomincia da quel mondo ormai infestato da morti viventi facendone più che altro una nuova metafora politica e sociale. Così che se il primo puntava più sulla guerra del Vietnam, questo, con i protagonisti bloccati in un centro commerciale diventa più che altro una metafora sul consumismo della società moderna. Poi ad un certo punto c'è una lunga, pallosissima, estenuante scena di lotta con dei motociclisti che non c'entrano assolutamente nulla o almeno vorresti non lo facessero perchè quasi rischiano di ammazzare il ritmo del film. Ma non importa. Fra quelli c'è Tom Savini alias "piacere, Sex Machine". Magari questa non la capiscono tutti, purtroppo per loro. Comunque grande film anche se all'interno della Trilogia, lo diciamo subito, è il meno convincente.

Knightriders (1981) è invece un accattivantissimo film che parla di cavalieri che fanno giostre medioevali su delle moto e le loro interessantissime vicende umane, con un mischione di ciclo arturiano e leggende varie. Per dire, c'è il Frate Tuck però c'è anche Merlino però il re (interpretato da un giovanissimo eppure già vecchissimo Ed Harris) non è che si chiama Artù. No, si chiama Billy. Come il succo di frutta. Ovviamente c'è anche Tom Savini nella parte del cavaliere ribelle e arrivista ma in fondo buono (ma che si chiama Morgan, come il pirata). Sì, avete capito bene, sarebbe il film da prendere per il culo della situazione. Non fosse però che dietro, mannaggia, possiamo trovare comunque qualcosa. La "figura christi" del re Billy (e dio, qui sparatemi alla testa, come con gli zombi) o l'impatto fra tradizione e moderno, la metafora dello spettacolo come lotta all'ultimo sangue e la mercificazione. E potremmo andare avanti.. se non fosse che in realtà il film (due ore con questo script poverissimo, ma l'originale durava pure di più), con quel senso dell'imbarazzo, lascia combattuti fra la presa in giro ed un finale che, tanto per cambiare, ammazza e lascia basiti. Incredibile, anche in un film del genere, Romero riesce a lasciare demmerda.

Creepshow (1982) invece lascia demmerda in senso più definitivo, per quanto è povero e inutile. Tratto da uno o più raccontini di Stephen King (demenzialissimo interprete di uno degli episodi, nei panni di Cletus il bifolco), è una sequela di scemenze horror che forse neanche Zio Tibia e che fa davvero centro una volta su cinque: l'episodio degli scarrafoni è infatti truce e ossessivo al punto giusto, schifoso e disturbante quanto basta per cinque minuti di popcorn e limone fugace. Il resto, diciamolo, fa sterco all'ano, con un picco stupefacente nel momento in cui vedi Leslie Nielsen fare il cattivo bastardo. Cose belle. Cose preziose. Uh, la citazione.

E cose serie, con la chiusura della Trilogia ne Il Giorno Degli Zombi (1985) che è il più riuscito dei tre con un eccesso continuo di violenza splatter e psicologica, ed un'ulteriore prospettiva storica che si concentra sul militarismo e la totale mancanza di comunicazione e comprensione fra, ad esempio, scienza, ricerca, sicurezza, buon senso, esseri umani e disumani in ogni senso. Sia quindi chiaro, qui siamo nei territori del capolavoro, della perfezione fra tensione, ritmo e profondità. Discreti spaventi, discrete budella strappate e mangiate, discrete teste che saltano, ottimi zombi basculanti. Culto vero e giustificato, inizia anche a variare la "visione del nigga" di Romero, fattore importantissimo che non ho ancora nominato perchè la vera svolta in questo senso arriverà soltanton con La Terra. Mica perchè mi sono dimenticato, cosa andate a pensare.. Ehm..

postato da: garriele alle ore 10:31 | link | commenti
categorie: monografie, george romero
martedì, 09 dicembre 2008

Il monomaniaco: George A. Romero pt.1

Negli ultimi tempi, che hanno visto diversi cineblog ben più illustri di questo abbandonare la loro non-missione, il vostro eroe ha più che altro tentato di avere una vita privata, lasciando da parte il mondo virtuale e i deliri scritti qui e altrove. Ovviamente è stata una truffa per la quale non si può neanche fare una denuncia alle autorità competenti. Mi pare quindi giusto tornare da queste parti con qualcosa di strettamente legato alle mie passate vicende: demenza, apocalisse, distruzione, veri e propri morti che camminano. E' infine giunta una nuova alba. Ma prima...

... la notte. La Notte Dei Morti Viventi (1968) è il primo capitolo di una saga che ha fatto la storia, nonchè la pellicola pioniera del genere zombie. Fra il bianco e nero e la trama ormai più che conosciuta (tizi chiusi in una casa che cercano di salvarsi da zombi che li vogliono mangiare) si tratta di un film superficialmente poco appetibile per il gusto attuale dei giovinastri. La realtà è che si tratta di un film ancora terriblimente moderno, sia per le connotazioni politiche e sociali (sottotesto di quasi tutta la prodizione di Romero (ho detto "sottotesto".. sparatemi)) sia per una regia grezza, sì, ma già incredibilmente cosciente dei propri mezzi. Sia per un protagonista "abbronzato" che è sempre d'attualità. Ed un finale, credetemi, di quelli che ti distruggono la vita e ti ritrovi a guardare il muro.. zombizzato.

La Stagione Della Strega (1972) è invece un film quasi puramente psichedelico che per buona parte del tempo cerca di non far comprendere assolutamente una mazza allo spettatore, con un montaggio sperimentale e un salto continuo fra realtà e sogno. Tematiche sociali un po' all'acqua di rose (il giovane ribelle pseudo-intellettuale che si fa le canne fa ridere ancora oggi) ed una vicenda che mette al centro una tardona mezza gallina e mezza vacca che vuole fare la strega. Paura e tensione ai minimi storici e un finale montato in maniera così caotica che prima di aver capito ci devi pensare su un po'. Film di culto. Non lo riguarderò mai.

E un po' lo stesso destino farà La Città Verrà Distrutta All'Alba (1973) che dalla sua ha però una trama più avvincente anche per il ritorno ad un contesto da epidemia e tematiche sociali più accentuate a proposito del potere, la militarizzazione e la pazzia. La gente dal nulla impazzisce ed inizia una spirale di violenza continua che porta anche le arzille vecchiette ad accoltellare quelli che passano. Ovviamente a tutto questo si potrebbe anche trovare una soluzione, ma la gente, come si sa, non capisce un cazzo. Figuriamoci la gente con un fucile in mano. Figuriamoci la gente con un fucile in mano e vestita da goldone. Insomma, tutti pazzi per Romero, anche se dimostra tutta la sua età.

Per parlare di Martin The Wampyr (1978) dovremmo prima di tutto spiegare il motivo per cui Romero si ritrova ad essere grande amico di Dario Argento. Io personalmente non me lo spiego, se non forse un istinto masochistico che lo porta a farsi rovinare il film con colonne sonore moleste e montaggi demenziali. Insomma, questo Wampyr porta anche la mano fetida del bruttone, che quindi ci piazza i fastidiosissimi Goblin e taglia e incolla un po' alla cazzo tutta la faccenda. Rimane fortunatamente immutato il succo, il succo di sangue, e l'idea di un vampiro atipico, inquietante perchè malato (dalle parti, che ne so, di Abel Ferrara o Herzog) e perchè tecnicamente lontano dai canini aguzzi che ti bucano dolcemente sul collo. Esiste fortunatamente una versione director's cut che si leva dalle palle tutte le zozzerie di Argento, ma io non l'ho vista. Eppure, nonostante tutto, la prepotenza di un'idea di vampiro di questo tipo rimane ben chiara anche oltre l'ultimo fotogramma di un finale, tanto per cambiare, che è un pugno nello stomaco.

 

postato da: garriele alle ore 15:55 | link | commenti (2)
categorie: monografie, george romero
martedì, 14 ottobre 2008

Il monomaniaco: Brian De Palma pt.4

Ed ecco qui l'ultima, mirabolante, sorprendente, ritardataria parte della filmografia di uno che sa il fatto suo. Mission Impossible (1996), alla faccia di qualunque discorso commercialone possibile, ne è la prova. Complice quel nano di Tom Cruise carichissimo e una sceneggiatura intrigante, si tratta in realtà del thriller con le palle che vorremmo scrivere tutti. Perfetto all'interno del percorso di DePalma, fra doppie personalità, morti non accertate, voyeurismo e utilizzo ingannevole dell'inquadratura. Una cosa così vicina alla perfezione che viene presa sottogamba perchè piace a tutti. E perchè c'è quel nano di Tom Cruise. Un nano carichissimo.

E dopo aver valorizzato quel nano di Tom Cruise, e addirittura Morgan Freeman (vedi episodi precedenti), De Palma fa il nuovo miracolo con un Nicholas Cage in stato di grazia. Come ho già probabilmente detto altrove, l'odiosa faccia da ratto di Cage ha un vero senso solo quando entra in parti esagerate da spostato o squilibrato estremo. Omicidio In Diretta (1998), per quanto lo veda dalla parte dei "buoni", mette in risalto tutta la scemenza di quell'espressione con gli occhi da pazzo che me l'hanno fatto rivalutare. In realtà un giocattolone, questo thriller iper-compresso è una sequela di straordinerie per gli occhi e la mente, che alla faccia di una trama sì prevedibilina, sì semplice, sì quello che volete, fa brillare gli occhi. Gli occhi da pazzo di Cage. Gli occhi da serpe di Gary Sinise.

Gary Sinise che viene ripreso per Mission To Mars (2000), film che da qui in poi per semplicità chiameremo "Il Cesso". Il Cesso è un film di pseudo-fantascienza, e già per questo dona buone motivazioni. Grazie ad una trama fra l'inconsistente e il lassativo, Il Cesso si dimostra inoltre un film per buona parte noioso e che tende al brutto. Niente di nuovo o di inaspettato, certo. Poi negli ultimi minuti cambia qualcosa: da brutto che già era, Il Cesso riesce a diventare ANCORA PIU' BRUTTO. A un livello che ti viene da scriverlo tutto in maiuscolo. ANCORA PIU' BRUTTO. Astronavi a forma di FACCIA che non si sa perchè. FACCIONI. Marziani disegnati con photoshop. La razza umana che discende dallo sperma marziano. Esplosioni ad cazzum. Sacrifici Umani. Cani e gatti che vivono insieme. Masse isteriche.
Basta, ho il panorama!

Femme Fatale (2002) per comodità potrebbe invece essere chiamato "La Fica". La Fica è un film che si basa sull'esaltazione della suddetta, rappresentata da Rebecca Romijn e sugli effetti che essa causa nelle mutande di un maschissimo Antonio Banderas. La Fica, in quanto tale, è letale e perfida, e sconvolge le mutande di tutti quelli che incontra, rovinando loro la vita. La Fica è un film stupefacente, non solo per Vulva, la protagonista assoluta, quanto per l'amore estremo che De Palma le esprime. Un amore che porta alla redenzione, ben poco convincente e un po' raffazzona, che da La Fica non ci saremmo certo aspettati.

Black Dahlia (2006) mi hanno detto essere un gran libro. Io però non so leggere, quindi guardo i film. E in questo senso basterebbero pochissime note per definirlo come un ottimo film: Aaron Eckhart, Josh Hartnett con gli occhi perennemente chiusi, colori seppia, noir, pistole, una Mia Kirshner che non ci si crede. Eppure nonostante le premesse, la trama si impasta su se stessa, con i soliti quaranta nomi che non fanno altro con confondere le idee e spiegazioni finali alla Jessica Fletcher che lasciano l'amarissimo. "Il colpevole è tizio!", "Perchè?", "Boh, non ho capito", "Vabè, fa niente, insomma è stato lui, bene..", "Bene..". Piaciuto? Beh, insomma..

Redacted (2007) invece è il film che non ti aspetti. Una denuncia prepotente ma soprattutto un nuovo modo di intendere la narrazione cinematografica, tornando in un certo senso a certi sentimenti delle primissime opere, ma con una freddezza e serietà totalmente nuove. Vicino al reality, vicino al documentario, vicino alla moda ormai affermata dei film fra minidv e finta amatorialità, portando all'estremo il proprio discorso sulla mediazione visiva. Sicuramente lontano da qualunque prevedibilità. Sicuramente vicino ad un pugno allo stomaco di quelli assolutamente necessari. Non a caso qui da noi non si è visto neanche da lontano. Viva l'Italia. Viva De Palma.

postato da: garriele alle ore 18:01 | link | commenti (6)
categorie: monografie, brian de palma
domenica, 21 settembre 2008

Hancock

Da queste parti Will Smith è sempre stato considerato più che bene. Un po' meno i suoi ultimi film che, fra un Leggenda già ampiamente insultato da queste parti e un Muccino in trasferta che abbiamo preferito non nominare neanche, hanno provocato diversi attacchi intestinali. Di contro, l'altro giorno ho visto Bad Boys 2 (lacuna da colmare per non incappare nelle giustissime ire del mio amico Edgar Wright) e mi limito a dire "gesùcristo che spasso". Ma questo non c'entra (forse).

Hancock parte benissimo. Innanzitutto dall'idea del supereroe scazzato barbone ubriaco, che però, nonostante le potenzialità, rimane un po' lì irrisolta. Ma fortunatamente tutta la prima parte diverte ed intrattiene ed è abbastanza caciarona da soddisfare le nostre esigenze di casino totale.
Eppure c'è altro. O meglio, ci vorrebbe essere altro. Hancock è infatti un personaggio amaro, triste, deludente, qualcosa che vorrebbe andare oltre il cazzeggio del tizio-che-spacca-tutto. E ben oltre la storia prevedibile della riabilitazione del superbarbone.
E qui, in un modo o nell'altro, l'andazzo cala.
Dal tipico momento di furia assoluta dei due supertizi della situazione, tutta la tensione, il ritmo, la storia (non dico la credibilità, perchè in questo caso sarebbe fuori luogo), piombano giù verso lidi inaspettati, certo, ma davvero troppo poco convincenti. Non stiamo qui a parlare di facilonerie per un film in cui il protagonista infila la testa di uno nel culo di un altro (sì, hai letto bene, lo fa), ma finire per accettare tutto questo blando delirare di mitologia (supertizi che vivono per millenni ma nessuno lo sa anche se palesemente passano la vita a spaccare tutto così, da un secondo all'altro, compreso poi il destino infausto dell'inseguirsi per i secoli che davvero, ma davvero, che due palle) mi sembra un'esagerazione. Non glieli do (cit.).

In tutto questo Will Smith è sempre e comunque convincente; sempre e comunque bello da vedere e da sentire. Incredibilmente meravigliosa Charlize Theron, nel ruolo più inutilino della sua carriera. Jason Bateman, ok, boh, sì, chissenefrega. Ma il fatto è che anche in questo caso, il vecchio Fresh Prince non salva la baracca. Tant'è che di Hancock, personaggio comunque stupendo dal nome stupendo, purtroppo alla fine non sappiamo nulla di nulla.
Sarà che ormai per me i film devono durare di regola due ore, però ecco, qualche cosa in più non avrebbe di sicuro fatto male per andare oltre la sufficienza dell'intrattenimento.

Non c'entra un cazzo ma la prima volta che ne ho sentito parlare ho sperato fosse un film su Herbie Hancock.

postato da: garriele alle ore 18:55 | link | commenti (6)
categorie: 2008, peter berg
lunedì, 15 settembre 2008

Asocial Networking

Alla fine ci sono cascato pure io.
Già ho facebook, myspace, last.fm, e robe varie..
Nonché un signor blog come questo.
Da adesso ho pure un Tumblr.
QUI.
Da dopodomani non ce l'avrò più, mi ci gioco il culone.
postato da: garriele alle ore 20:58 | link | commenti (3)
categorie: delirio
domenica, 14 settembre 2008

Il monomaniaco: Brian De Palma pt.3

Dopo una lunga attesa totalmente ingiustificata, torniamo parlando di Cadaveri e Compari (1986), una commediola stile goodfellas che da qualche parte ha qualcosa di simpatico anche se al momento davvero non mi sovviene cosa. Protagonisti un Danny DeVito esagitato fino al fastidio (doppiato per l'occasione da una checca rauca) e Joe Piscopo, uno che dal nome hai già capito tutto. Italoamericani fessacchiotti che ci provano in tutti i modi ma alla fine non riescono a stare simpatici. Comparsatina di Harvey Keitel e il solito Dan Hedaya nell'unica parte che la sua faccia gli permette di fare. Roba da poco. Roba da dimenticare. Insomma, una "cacatina di mosca" (cit.).

Poi arriva Gli Intoccabili (1987) e, davvero, fermi tutti. A volte capita che arrivi qualcuno e critichi Gli Intoccabili. Ora, io non capisco seriamente perchè e soprattutto in base a quale diritto demenziale possa anche soltanto osare a criticarlo. Come nel caso di Scarface, tutti hanno visto gli intoccabili mille volte e mille volte andrebbe visto ancora. Cast perfetto (per dire, addirittura Kevin Costner ce la fa senza problemi, Sean Connery muore da dio, Andy Garcia chi me lo tocca è morto, e De Niro che gigioneggia è La Storia), regia perfetta, tempi perfetti. Film della madonnasanta, con quella scena della stazione che è un classico del Cinema Bello tanto quanto la famosa Corazzata a cui un po' si ispira. No critiche accette.

Poi ovviamente arriva la puttanata. Vittime di Guerra (1989) ambisce al premio di Peggior Film di De Palma (ma non vincerà, perchè il peggio deve ancora arrivare) con una serie di schifezze morali in terra vietcong. Un Michael J. Fox assolutamente NON-credibile come soldato che superi i dieci anni d'età, si butta in mezzo alla giungla perchè lui crede di fare qualcosa di utile ed investe chiunque incontri con la sua aura di imbecille buonismo. Lì incontra Sean Penn che invece è ovviamente un bastardo pieno di turbe che decide di rapire e violentare una vietnamita a casaccio. Da lì tutta una serie di situazioni in cui il bambino buono va contro il capo cattivo e contro le istituzioni militari e contro il silenzio e contro tutto e tutti e alla fine rimane comunque un povero coglione. Un bel riassunto, vero? Il film fa schifo. E' disonesto da quanto è moraleggiante. E gli attori non si possono vedere. De Palma fai cagare. No, non è vero, scherzo. Però qui sì, hai fatto schifo di brutto.

Ma poi lui ti piazza Il Falò Delle Vanità (1990), un film stronzo nel senso giusto del termine, che oltre ad essere girato bene, a tirare in mezzo certi intrighi interessanti pur non essendo un thriller, etc etc, compie uno dei miracoli definitivi: rendere tollerabile la presenza di Morgan Freeman. Un Morgan Freeman, diciamolo, pelato, incazzato, che spara bestemmie una dietro l'altra. Un Morgan Freeman finalmente NEGRO, e non un nonnetto ammaestrato. Un Morgan Freeman che, anche se alla fine è ovviamente lui il portatore di una morale (e come potrebbe essere altrimenti..), rimane sempre più incazzoso che il solito vecchio grillo parlante saggio stracciapalle. Sebbene non si tratti del migliore De Palma, già questo piccolo miracolo lo porta a livelli elevatissimi. A quelli, da non sottovalutare, di un Bel film. Ma un Bel film che si apre con un piano sequenza totale con protagonista Bruce Willis ubriaco, beh, diventa automaticamente più che un Bel film.

Tante volte è uscita in precedenza la parola "farsa" che qui quasi ne sentivamo la mancanza. Doppia Personalità (1992) è il film del cazzo più bello che potrebbe capitare di vedere su Italia7. Una di quelle cose esagerate di serie B, piene di inquadrature storte, faccioni attaccati allo schermo, e un attore come John Lithgow che comanda davvero tutto. Uno di quei film che sembrano fatti male apposta, al punto da piacere tantissimo per certi eccessi e facilonerie. Per dire, il titolo italiano "doppia personalità" toglie già tutta la sorpresa; e già dall'inizio del film ti trovi ad aver già capito quasi tutto l'andazzo senza troppo mistero. Eppure alla fine De Palma te la gioca comunque. Ce la fa. E comanda tutto. Il thriller psicologico sbagliato più giusto del mondo.

Cosa dire di Carlito's Way (1993)? La questione è un po' come con Scarface, se non che questa volta il film è addirittura più bello e solo a pensarci mi viene il magone. Proprio come Tony Montana, Carlito Brigante è un altro mito per tutti i coglioni non solo delle mie parti, ma anche di tutte le altre parti. Quali parti? Le vostre. Sappiatelo. Siete circondati. Eppure in realtà Carlito Brigante è un portatore di disperazione pazzesca. Con quel finale lì, da lacrime, da occhioni giganti aperti e sconvolti. Da negazione di qualunque via d'uscita. Con quel ballo lì finale che non ci credi. Quindi Carlito mito dei coglionazzi? Ma perchè? Ridateci il vero Carlito, non quello di Rozzangeles, non quello di P.Diddy o altri gangsta del cazzo. Carlito è senza speranze, anche se ci crede. Pacino è gesù cristo. Sean Penn è totale. E Benny Blanco del Bronx chi cazzo è? Un bastardo.

postato da: garriele alle ore 19:17 | link | commenti (2)
categorie: cinema, monografie, brian de palma
lunedì, 18 agosto 2008

Il monomaniaco: Brian De Palma pt.2

The Fury (1978) è un film potenzialmente grosso eppure potenzialmente debole, che si risolve in un film potenzialmente imbarazzante con attimi potenzialmente memorabili. Se le sole presenze dell'enorme John Cassavetes e dell'altrettanto tale Kirk Douglas potrebbero far valere il prezzo del biglietto, la trama basata sui poteri psichici (che verrà ripresa in un certo modo, che non dico, da Cronenberg in Scanners) soffre il passare degli anni. Sequenze memorabili, dicevo, ma si tratta di De Palma, è ovvio che lo sa girare bene. Continua però il suo gusto per la farsa, per cui spesso gli riesce difficile fare un film totalmente serio o totalmente figo, senza far scadere qualche scena nella comica all'acqua di sapone. Film di culto, ma non per me.

Vizietti Familiari (1979) è il titolo imbarazzante da porno di bassa lega di Home Movies, che comunque è figlio dell'imbarazzo e si merita il titolo italiano che si ritrova. Come sopra, De Palma rincorre la farsa, e non c'è pippone teorico sulla recitazione, la messa in scena, ed altre storie da guardone delle sue che tengano. Non c'è neanche Kirk Douglas che tenga. Già guardi i titoli di testa e senti l'imbarazzo che ti sale. Cioè, guardate la locandina..
Indipendente e sperimentale per i poveri, si realizza come un film non-divertente, non-interessante, presumibilmente non-bello. Nancy Allen comunque figa paura.

Stavamo già per pensare a un De Palma bollito, tanto è bassa la nostra soglia di tolleranza, quando lui ti sforna Vestito Per Uccidere (1980) ed inaugura la serie di film totali. Hitchockiano che poi chettelodicoaffare, ritorna all'ansia dell'identità, al thriller psicologico, a Psycho (citato sia per la solita "doccia" che per la costruzione di tutta la prima parte). Un Michael Caine grandioso (e che l'anno successivo rimarrà nello stesso campo da gioco con La Mano di Oliver Stone) è il perfetto non-protagonista (che in teoria dovrebbe essere quella figa paura di Nancy Allen) per questa pellicola che butta tutto sulla costruzione della tensione più che sulla risoluzione di un mistero; a partire dalla scandalosa scena iniziale che fece tanto parlare per aver mostrato una vecchia gallina frigida come mamma l'ha fatta (in realtà non era lei e da qui arriverà l'ide per il successivo Omicidio a Luci Rosse). Dal titolo originale Dressed To Kill è pure nato un pezzo dei Gaznevada, cosa volete di più?

E siamo solo all'inizio, come conferma Blow Out (1981). Caso più unico che raro di un film ispirato ad Antonioni che riesca a non far addormentare nel giro di dieci minuti, Blow Out riprende, oh guarda un po', la stessa idea di Blow Up trasportando il tutto dalla vista (in Blow Up, già citato in Greetings, si lavorava su delle foto) all'udito. Infatti John Travolta è un tecnico del suono per film con donne sorprentemente nude, che si ritrova invischiato nel tipico affare più grande di lui. Con l'aiuto di una Nancy Allen figa paura riuscirà.. non riuscirà.. chi lo sa.. a chi interessa? Film sorprendente sotto tutti i punti di vista, dall'allucinante piano sequenza iniziale, che gioca con i generi (e qui mi viene in mente Carpenter e Halloween, ma basta fare i secchioni!) e con qualunque aspettativa dello spettatore, fino allo straziante finale che si accompagna a La Conversazione di F.F.Coppola nell'aprire la disfida su quale film sorprendentemente non noioso ispirato ad Antonioni valga la pena di scegliere per la vita. Io scelgo questo. (ok, lo ammetto, la prima volta che ho visto Blow Out mi sono addormentato, ma ero stanco, era colpa della stanchezza..)

Ora dovrei parlare di Scarface (1983). Giusto due cose. Per far capire che l'ho visto. E per dare quei soliti due spunti base da asilo che mi diano un tono. Ma questa volta no. Scarface l'hanno visto tutti. Mille volte. Scarface piace a tutti. Mille volte. Scarface spacca il culo. Mille volte. Io probabilmente gli preferisco Carlito's Way, ma ciò non toglie che Scarface sia così totale che non ne scriverò nulla. Scarface però probabilmente piace un sacco ai rozzanesi qui da me che sono hiphop tipo Club Dogo e Scarface ha pure ispirato un sacco di niggaz e gangstaz e stucaz. E pensate che nonostante questo Scarface continua a piacere a tutti. Mille volte. E poi c'è Robert Loggia, ecco, lo dovevo dire. Non solo grande Robert Loggia, ma grande anche David Lynch, che direte che non c'entra niente, ma invece lo riprende per sfasciarne e citarne a suo modo il ruolo in Strade Perdute. Dite di no? Dico vaffanculo.

Dalle cosiddette tette della controfigura della vecchia gallina di Vestito Per Uccidere, Brian De Palma sforna il concetto di Omicidio a Luci Rosse (1984). E qui direte, "ancora Hitchcock?", "ancora l'identità?", "ancora il guardone?". Sì. Ancora tutte queste cose. E ancora. E ancora. Eppure continua a piacere. Questa volta siamo più esplicitamente dalle parti de La Finestra Sul Cortile, ma, nota più importante, la farsa tentata e ritentata dal Nostro in episodi dimenticabili riesce finalmente ad incastrarsi nei meccanismi del thriller. Kitsch e costruzione dell'inghippo riescono così a conciliarsi. Teoricamente parlando sta tutto in quella scena finale, durante i titoli di coda, e in quelle cosiddette tette autocitate. Uno si mette lì, guarda delle tette e di colpo, pum, gli viene in mente di tirarci fuori un film. Come si fa a criticare uno così?

postato da: garriele alle ore 22:11 | link | commenti (3)
categorie: monografie, brian de palma, 2008
sabato, 09 agosto 2008

Il monomaniaco: Brian De Palma pt.1

C'è qualcosa che manca e che mina la mia wannabe-completezza da sfigato che ad agosto sta a casa a guardarsi i film più improbabili (ne parleremo, molto presto), ma in fondo cosa vogliamo farci? Qualche buco nella prima parte, sicuramente roba poco importante o almeno convinciamoci che sia così.
Ecco a voi un nuovo capitolo della Guida For Dummies a Tutti (ma TUTTI) gli Autori.

Si parte quindi con Ciao America (1968), altresì detto Greetings, e già ci si rivela qualche affinità fra il nostro caro De Palma e un certo Tinto di casa nostra. Sì ok, la metto giù facile, ma questo sarà un tormentone di quelli ripetuti fino alla nausea.
Quello che spicca più che altro è un riferimento continuo (chiamalo ispirazione, chiamalo fato, chiamalo karma,..) a quella Nouvelle Vague che sperimenta con il linguaggio e le tecniche. Riprese accellerate, battute rivolte allo spettatore, dialoghi che appaiono totalmente avulsi dalla storia e che faranno la fortuna di Tarantino. Insomma, un sacco di roba da far germogliare anche se a pelle un po' troppo derivativa.
De Niro giovanissimo ma ovviamente già con la faccia da vecchio, è un guardone che con i suoi amici cerca di evitare la naja: sentimenti anti-americani, anti-Vietnam, e poi Kennedy e Zapruder (con lo spassoso attore-feticcio Gerrit Graham), e poi il sesso libero in forma tediosamente arty.
Segnalato come uno dei peggiori film di sempre è in realtà un mezzo-spasso indipendente che getta tutte le basi per quello che verrà.

Non cambia poi molto in Hi Mom! (1970) a partire dal caro protagonista DeNiro, sempre nei panni del guardone Jon Rubin, e sempre più fissato sulle proprie perversioni personali. Poco importa se la prima parte è qualcosa di noiosetto che non si distacca molto dal precedente film, perchè nella seconda parte arriva "Be Black, Baby": su questo andrebbero spese parole su parole su parole. Ci vorrebbe un blog apposta. Buttiamo lì che si tratta di uno dei momenti più shockanti che mi sia capitato di vedere: un discorso polemico terra-terra sull'essere nigga, sulla finzione cinematografica, sull'identità, sulla violenza dell'uomo. Essere ben consapevoli di stare guardando un film, ma finire per chiedersi se si tratta davvero di finzione oppure c'è qualcosa di reale. Be Black, Baby è un film-documentario dentro il film, che fa fare il salto di qualità rispetto ad un resto della pellicola non troppo sconvolgente. Da vedere. Almeno quella sequenza è da vedere.
Il titolo, battuta finale del film, poi, sì, è una riflessione (molto moderna per i tempi, bisogna dirlo) sul desiderio di presenziare all'interno dei media, magari con un gesto eclatante e totalmente gratuito, giusto per poi andare un secondo in tv e dire "Ciao mamma".

Arrivati al terzo film (che non è il terzo ma amen) è già ben chiaro che con De Palma si finisce sempre a parlare di ossessioni, di manie, di eccessi personali. Le Due Sorelle (1973) è un thriller psicologico sulla doppia personalità e la memoria. Detto così non si capisce se è bello oppure no. Diciamo che è superfluo ma interessante.
Tecnicamente parlando inizia l'incredibile padronanza con lo split screen, con una scena dell'assassinio iniziale vista contemporaneamente dal punto di vista dell'assassinato e del testimone, dall'altra parte della strada. Continua quindi la serie di "persone che guardano da una finestra", che somma il voyeurismo Tintobrassesco a gigantesce velleità da Hitchcock.
Altra fissa di De Palma: i nigga afro. Casualmente dopo la vendetta di Be Black Baby, il povero afro gentile e col pene lunghissimo viene massacrato dalla super-bianca modella franco-canadese. Non è un caso.

Il Fantasma del Palcoscenico (1974) è una cosa difficile. A momenti fa stra-cagare. A momenti piace un sacco.
Spit screen gratuitissimi e inutili a parte, la storia si basa sull'arcinota vicenda di Faust, sul vendere l'anima al diavolo, sul patto per l'eterna giovinezza e il successo e la fama e tutto il resto. L'idea ha risvolti più profondi della ridicola farsa che appare (anche sotto forma di numeri musicali piuttosto tediosi) guardando un frocissimo Gerrit Graham da Rocky Horror.. La trasformazione di un protagonista palesemente coglione da carne ad assemblamento di pezzi, come ad avvicinarsi a diventare un vero e proprio strumento, più che un "Fantasma dell'Opera", sarebbe un bello spunto. Peccato che poi, boh, va un po' tutto in vacca con questa critica dell'industria musicale un po' all'acqua di rose e una sottospecie di Dorian Gray con un sacco di buffonate in mezzo. Ecco oggi mi son svegliato che questo film mi sembra una vaccata.

Obsession - Complesso Di Colpa (1976) è la versione DePalmesca di Vertigo di Hitchcock, con un po' di risvolti sorprendenti e un ritmo che talvolta viaggia pericolosamente sul filo del blando, nonostante la tensione tenti continuamente di salire. John Lithgow è stupendo come sempre, mentre il protagonista di cui invece non ricordo il nome è il Premio Pesce Lesso '76. Ma a parte l'espressione da triglia immobile fino all'ultimissimo secondo del film, la perversione che sfocia nell'incesto salva tutta la trama che super ben bene la sufficienza. Ormai ben saldo sul thriller preferibilmente psicologico, chi lo ferma più.

Non lo ferma nessuno, così che Carrie (1976) è la prima di una serie di film totali che da qui in poi "fioccheranno come nespole". La regia dopotutto è più tranquilla per buona parte del tempo, puntando tutto su un inquietantissimo rapporta figlia-madre-gesùcristo che porta all'esasperazione totale, poi alla ribellione, poi alla tranquillità, fino all'esplosione totale del finale, che quando Carrie si incazza non ce n'è più pe nessuno. Lo stesso De Palma esplode con una serie di piani sequenza, ralenti, punti-di-vista-incrociati, sangue e bestemmie da capogiro.
Primo vero grande film del Nostro, Roba che davvero ti sale l'amore per il cinema. Roba che ringrazi perchè, sì, sarà meno divertente esaltare un regista piuttosto che sfotterlo alla morte, ma viva davvero viva i film belli.

postato da: garriele alle ore 12:27 | link | commenti (3)
categorie: cinema, monografie, brian de palma